IL PREZZO DELL’INDIPENDENZA

“Vi è stato un tempo in cui dirigenti italiani difendevano l’indipendenza economica ed energetica italiana anche attraverso coraggiose e rischiose prese di posizione. Tutto il contrario di quel che avvenne sul Britannia.

Nel 1945 a Enrico Mattei, uno degli italiani più coraggiosi e visionari del dopoguerra, venne assegnato il compito di liquidare l’Azienda Generale Italiana Petroli (agip), la compagnia petrolifera pubblica nata durante il fascismo. L’Italia era uscita dalla Seconda guerra mondiale con le ossa rotte e le principali imprese americane la consideravano terra di conquista. Più o meno quel che avvenne dopo la crociera del Britannia.

Nel 1945 l’ambasciatore statunitense in Italia – Alexander Comstock Kirk – ricevette una lettera dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America che conteneva la richiesta di porre fine alla partecipazione del governo italiano negli affari petroliferi perché ciò pregiudicava le relazioni commerciali italo-americane.

Nonostante le pressioni degli americani, che da più di settant’anni mettono il becco sulle scelte politiche italiane – ultima crisi di governo inclusa –, Mattei resistette e rilanciò. La Standard Oil of New Jersey, che poi divenne la esso, chiedeva lo smantellamento dell’agip. Mattei, al contrario, creò l’eni – l’Ente Nazionale Idrocarburi – e ruppe con l’intermediazione delle grandi multinazionali del petrolio, stringendo accordi direttamente con i Paesi produttori. Fece affari in Iran rompendo il monopolio del cartello; in urss, infischiandosene della divisione in blocchi decisa nella Conferenza di Jalta; iniziò a stringere relazioni in Algeria e lo fece sostenendo apertamente la causa indipendentista, cosa che fece infuriare i francesi.

Mattei si mosse con abilità e spregiudicatezza e, sempre, nell’interesse pubblico. Dalla visione di Mattei, nel 1952 nacque Metanopoli, un villaggio aziendale, frazione di San Donato Milanese, nonché quartier generale dell’eni concepito per garantire diritti ai lavoratori, servizi e funzionalità.

Nel 2000 Goldman Sachs, attraverso il fondo WhiteHall, comprò l’Immobiliare Metanopoli, controllata dall’eni. La città immaginata da Mattei divenne proprietà di una banca straniera, una di quelle banche che finanziava le sette sorelle del petrolio che fecero la guerra al presidente dell’eni. Tommaso Buscetta, il boss pentito che illustrò per filo e per segno il funzionamento di Cosa nostra a Giovanni Falcone, fornendogli gli elementi per istruire il maxiprocesso, nel 1994 sostenne che a uccidere Mattei fu la mafia siciliana su richiesta della mafia americana che, a sua volta, aveva avuto mandato da una serie di imprese statunitensi che avevano visto pregiudicati i loro interessi dalle politiche dell’eni.

Non ci sono prove e c’è chi, al contrario, sostiene che furono i servizi deviati francesi a organizzare l’attentato. Senz’altro Mattei ricevette minacce da parte dell’oas (Organisation de l’Armée Secrète), l’organizzazione paramilitare francese creata per combattere, anche mediante vili attacchi terroristici, gli indipendentisti algerini. Gli stessi indipendentisti che vennero ripetutamente accolti a Metanopoli dove, nel 1957, venne fondata la Scuola di Studi Superiori sugli Idrocarburi, poi ribattezzata Scuola Enrico Mattei dopo la sua morte. Nella scuola di Metanopoli, tra l’altro, vennero formati i quadri algerini che stavano per trattare con i francesi i dossier sul metano e il petrolio del Sahara durante gli anni della guerra di indipendenza algerina.

MILLE SCHELETRI DETRO L’ARMADIO

Goldman Sachs ebbe un ruolo significativo anche nella privatizzazione di autostrade quando – nel 2003 – i Benetton erano alla ricerca di finanziatori per terminare la loro scalata. In quell’occasione, Goldman Sachs mise sul piatto quasi 3 miliardi di euro. Non solo. Entrò, di fatto, in società con i Benetton accettando, a fronte dell’investimento, un pacchetto di azioni di Sintonia sps, la subholding controllata dai Benetton che, a sua volta, controllava Atlantia, ovvero Autostrade per l’Italia.
Mario Draghi, che nel 1999, da direttore del Tesoro, si era occupato della privatizzazione delle autostrade, nel 2003 lavorava in Goldman Sachs.

Torniamo dunque al punto di partenza: è lecito chiedere all’attuale presidente del Consiglio se, da vice chairman e managing director di Goldman Sachs, si sia occupato dell’operazione autostrade? La risposta è sì. O ancora: è consentito conoscere, nel dettaglio, i compensi del professor Draghi ai tempi di Goldman Sachs per appurare, eventualmente, se vi sia stato o meno un compenso straordinario per aver portato i Benetton nel portafoglio clienti della banca americana?

Ricordo le dieci domande che Giuseppe D’Avanzo rivolgeva a Silvio Berlusconi nel 2009. Domande più che lecite, eppure, anche allora, vi fu chi le descrisse come un sacrilegio. Così come oggi vi è chi reputa una blasfemia opporsi all’apostolo Draghi, il santo, il messia. «L’innocenza perduta, le ragioni di Stato. Una sola potenza, un solo mercato, un solo giornale, una sola radio. E mille scheletri dentro l’armadio», cantava Jovanotti in Salvami.

Nell’era in cui persino i cantanti anticonformisti come Jovanotti vengono invitati in summit esclusivi e segreti dove l’establishment ragiona sul futuro del pianeta chiedendo discrezione agli ospiti e commissariando, di fatto, una Politica che si è lasciata facilmente commissariare dai propri conflitti di interessi, opporsi alla potenza unica, al mercato unico, al giornale unico, al partito unico e al presidente di tutti, credo sia un dovere. È un dovere illuminare l’armadio per vedere meglio gli scheletri”. (“Contro! Perché opporsi al governo dell’assembramento”)

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